da Giambattista Scidà a DON SALVATORE RESCA, PRESIDENTE DI CITTAINSIEME Le scrivo di cose che credo possano trovarci d’accordo. Riguardano la catastrofe delle finanze comunali catanesi, delle quali tutte le parti politiche si occupano, con clamore, per iscongiurare che ne venga formalmente dichiarato il dissesto. La dichiarazione importerebbe drastica riduzione dei servizi che il Comune deve rendere e rude aggravamento della fiscalità locale. Osservo che essa produrrebbe, subito, effetti di altro genere. Cadrebbero immediatamente tutti gli incarichi di consulenza; cadrebbero situazioni soggettive, come quella del Direttore Generale; e inoltre gli atti riguardanti la gestione (nel tempo, in tutto il tempo nel corso del quale ci sono stati abusi e sprechi), sarebbero rimessi alla Corte dei Conti, con conseguente chiamata dei responsabili a personalmente risarcire il danno; e accertamenti dovrebbero essere compiuti, ad altri e più severi effetti, circa la rilevanza penale dei loro comportamenti. Sono questi gli interessi che la dichiarazione di dissesto colpirebbe. L’evitarla li salverà; ma non salverà l’interesse della cittadinanza a che i prelievi fiscali non siano inaspriti, e i servizi non subiscano contrazione. In ogni caso – anche nel caso che dichiarazione di dissesto non intervenga – bisognerà far fronte al debito, spaventoso; in ogni caso l’adempimento importerà perdita, per la città (con più o meno ingente arricchimento dei compratori) dello storico patrimonio edilizio, lascito delle generazioni. Di diverso, rispetto all’altro caso, che il dissesto sia constatato, ci sarà questo: che il Comune non sarà liberato nemmeno dall’obbligo di esborsi ulteriori, per le consulenze che rimarranno in vita e per altro. Il costo della dichiarazione sarebbe dunque altissimo per le cerchie partitiche che hanno avuto in mano il potere locale: senza possibilità, per nessuna di esse, di discolparsi incolpando. Davanti alla collettività, violentemente svegliata dai fatti, tutte le bandiere dovrebbero essere ammainate. Tutte: perché non è vero che in questa terribile storia ci siano partiti innocenti. Chi afferma il contrario deve reclamare inchieste, invece che ostacolarle, e deve prestarsi a dibattiti, pubblici (come può farli la TV) ed effettivi, nei quali il conduttore intervenga solo per reprimere interruzioni e per garantire la perfetta eguaglianza dei tempi di intervento. In un confronto del genere, con cittadini che si propongano come contraddittori, chi ha capeggiato l’Amministrazione, per la sinistra, non potrebbe avere parte di mero spettatore. Ne risulterebbe che anche la sinistra ha fatto scempio delle risorse comunali, sia governando, quando ad essa è toccato di governare, sia mancando al dovere di un’opposizione reale, di ben altre dimensioni di quella sviluppata, più volte, da un più o meno isolato individuo. E anche tornerebbe in luce la pregnanza storica dell’evento che si consumò in un istante, una sera di gennaio di 24 anni fa, davanti al teatro stabile: il valore fondante che ebbe quell’uccisione per il regime presente della Città, per la sua “costituzione materiale” (modo d’essere dell’Amministrazione; modo d’essere della Giustizia inquirente, modo d’essere dell’informazione catanese e dell’informazione nazionale su Catania) di cui il dissesto non è che l’ultimo portato. Esso sarebbe stato impossibile se Catania non fosse stata precipitata, con quel delitto, nella condizione di città che tace la sua verità, e intorno alla cui verità si tace, dovunque, anche quando si fa finta di parlarne. Catania poté allora essere disarmata e consegnata alla malavita; il processo di Torino, a carico di pubblici ufficiali, incontrò sulla sua strada invece che stimolatrici risonanze, agitate proteste; le latitanze più pericolose si avviarono a diventare, senza che alcuno ne arrossisse, storiche e come fatate (Santapaola, imputato anche di quell’omicidio, non fu catturato che nel ’93, nove anni dopo); l’arbitrio nella manipolazione delle risorse pubbliche non conobbe più freno. Nel 1988, una relazione al Procuratore Generale affermava diffusa, pervasiva, appariscente, e quasi di regola fortunata, l’illegalità: sul doppio versante dei delitti comuni, di privati, e della devianza o criminalità amministrativa, attivatrice assidua, secondo la coscienza pubblica, di ingenti transfer di ricchezza dall’ambito pubblico ai patrimoni privati; la quale illegalità complessiva (così proseguiva quel testo) insidia o impedisce, col suo imperversare, il costituirsi di un vissuto di realtà dell’ordinamento, di effettività delle norme di consistenza delle sanzioni, e persino rende difficile la percezione del senso che hanno le condotte non trasgressive. E ancora in altro passo dello stesso scritto: assai netta e cruda è l’immagine che la coscienza collettiva si è ormai fatta della disonestà amministrativa, come di pratica consolidata, che di tangente in tangente, o per altro privato interesse, è andata aprendo un cancello dopo l’altro, per il saccheggio delle risorse pubbliche (fondi di bilancio, territorio, diritti in genere degli enti amministrati) davanti ad assuntori di lavori pubblici, locatori di opere, locatori di immobili, fornitori, cercatori di contributi, venditori: come di un costume, a causa del quale, nella città depredata, i beneficiari di vaste appropriazioni si contrappongono a coloro che, già poveri, scontano più profondamente in termini di mancanza di servizi, e di degrado del contesto, la distrazione delle risorse pubbliche. E ancora tornava, l’autore, come già più volte, sul riscatto dei quartieri derelitti, per il quale era necessario, oltre che un lungo investimento di mezzi, costante scrupolo nel maneggiarli. Nel frattempo, una grave crisi aveva colpito dall’interno il sistema dei rapporti tra la grande imprenditoria e il potere democristiano. Al processo di razionalizzazione, da tempo conclusosi nel primo campo (poche e grandi imprese guida; pace tra le stesse; riduzione della massa delle altre a ruoli subalterni) si contrapponeva l’erosione della leadership politica, stata per moltissimo tempo un referente di alta efficienza. L’effetto fu di blocco dell’attività, e rese necessaria la ricerca di un’alternativa ai gruppi installati nel Comune. Da qui ebbero inizio molteplici sopravvenienze, infine sfociate nell’amministrazione di sinistra: il retto giudizio sulla quale dovrebbe sapersi tenere lontano sia dalle stucchevoli, servili, rivoltanti apologie, che quella esperienza esaltano come palingenesi radicale ed omnicomprensiva, sia dalla negazione, iniqua, del nuovo e buono che essa recò. Ma il fatto è che nel corso di tali anni si ebbero deplorevolissimi sprechi: come locazioni passive di immobili, anche di magistrati, senza effettivo bisogno; e acquisti di altri immobili, presto abbandonati ai vandali; e nomine di consulenti dei quali si poteva fare a meno; e attribuzioni di compensi senza proporzione con i servizi prestati al Comune; e mancamenti nella difesa dell’interesse dell’Ente contro temerarie pretese di privati; e per conseguenza di tutto ciò e per altro ancora il riapparire, ogni anno, di disavanzi che furono colmati con mutui, a costo di aumento della spesa negli anni successivi. Si sa bene che in seguito, passato il governo del Comune alla destra, le spese non necessarie aumentarono di volume e che infine cessò la possibilità di scaricare sul futuro i relativi pesi, pareggiando con la contrazione di prestiti. Ma un fatto è anche questo che l’opposizione non fu adeguata: non poteva esserlo, dati i precedenti. Fu di persone, cui l’appartenenza non sapeva togliere l’obiettività, non fu dello schieramento. E persino l’occasione di censurare, se non altro, venne elusa. Richiamo in particolare quanto avvenuto sotto i suoi occhi, carissimo Don Resca, a CittaInsieme: quando, in affollatissima riunione, durante la penultima campagna per l’elezione del Sindaco, una associazione (– Siciliani per la Legalità) rivolse ai candidati 7 domande. Il Sindaco uscente, candidato a riconferma, non si presentò; e il suo concorrente più forte, stato Sindaco in precedenza, per otto anni, rispose che avrebbe risposto; ma risposte non ha dato, mai. Nei sette temi proposti si leggeva in filigrana il passato dell’una parte e dell’altra parte politica. Perché, negli anni successivi, la sinistra, di nuovo sconfitta, e con ciò stesso chiamata alla essenziale funzione di opporsi, come esigeva l’interesse pubblico, ha voluto seppellirli nel silenzio? Se questa è la realtà, carissimo Don Resca, possiamo dire compatibile con il rispetto che le si deve, l’impostazione data da CittaInsieme alla recentissima serata di riflessione sul dissesto, sin da prima che i relatori avessero la parola? E’ forse compatibile con la verità che in questa enorme vicenda, di distruzione del patrimonio e del nome di Catania, non ci sia altra responsabilità che quella del penultimo Sindaco? E c’è compatibilità tra un tale asserto (immeritata assoluzione, senza giudizio, della sinistra) e quello star fuori della logica dei partiti che CittaInsieme ha iscritto nella sua identità? Catania, 29/09/2008 Giambattista Scidà